“La vita non è vera perché ha un senso, ha un senso perché è vera”.

(Alberto Asor Rosa)

63-4-prove-testo-tre-lingue-gallery7Immaginatevi un ragazzino di 14 anni che ascolta, giorno dopo giorno, lo zio materno raccontargli i ricordi dei suoi primi anni di vita.

Lui, che della sua vita non ricorda nulla, li mette uno vicino all’altro come si fa con le tesserine di un mosaico.

Quel ragazzino sono io e i ricordi di mio zio sono diventati i miei ricordi.

Nasco in Tanzania, dove papà e mamma sono emigrati per lavorare in una grande machamba, una piantagione di sisal.
Io sono l’ultimo di 6 figli.
Mia madre giunge in ospedale troppo tardi e muore nel darmi la vita.
Cresco nella missione, allevato dai padri e dalle suore.
Il mio cuore forse è ancora lì, alla missione, la mia prima casa. E’ per questo che il mio cuore sta sempre pregando!

Non ho conosciuto il latte di mia mamma ma quello di una mucca.
E deve essere stato molto nutriente il latte di quella mucca: mio zio mi raccontava che, quando mi conobbe, ero “grasso, grasso, grasso!”

Rimango alla missione 10 anni.

Un giorno alla missione arriva lo zio. Ha saputo della morte della sorella. E’ venuto per portarmi a vivere con sé.

Perché erano passati 10 anni? Vi sembrano tanti? E allora immaginate un Paese dove le notizie passano di bocca in bocca, le strade da percorrere sono solo sentieri in mezzo ai boschi e ai cespugli e il mezzo di trasporto spesso sono i piedi.
E poi il viaggio costa, i soldi sono pochi e ci vuole tempo e fatica per metterli da parte. È così che 10 anni diventano ieri!
Ci fermiamo per 2 anni in Tanzania, a Massisi nella provincia di Ntuara. Nel villaggio  ci sono degli altri Maconde.

Arrivato in Mozambico, voglio andare a scuola.
Mi metto a vendere noccioline per avere i soldi per pagarmela.

Finalmente, ho circa 14 anni, entro in collegio. Un collegio bello, in mezzo a un bosco, pieno di ragazze e ragazzi.
Imparo a scrivere, a leggere!
“Se ho imparato a scrivere a questa età, posso imparare tutto!” mi dico emozionato.

E il mio “tutto” è diventare prete diocesano.
Alla fine del collegio con altri 18 ragazzi entro in seminario a Pemba. Siamo alloggiati tutti a casa del vescovo.
Il vescovo mi nomina leader del gruppo. Non è una fortuna per me!
Il compito di fare rispettare le regole della vita in seminario è veramente difficile. C’è chi esce e rientra tardi, chi va in compagnia delle ragazze, chi si diverte un po’ troppo. Questi ragazzi sono espulsi e io con loro.  Il rettore del seminario mi ritiene loro complice.

Mi fa ancora male il cuore, se ci penso.

Il sogno della mia vita si è infranto!

Torno al villaggio deluso, amareggiato e arrabbiato per l’ingiustizia subita.
“Eh Agostinho ti hanno cacciato perché ti piacevano troppo le donne!” mi dicono divertiti i vicini.
Glielo lascio credere, le parole per raccontare l’ingiustizia mi bruciano la bocca! Ancora oggi nessuno sa la verità… Ma va bene così, tanto nessuno ci crederebbe!

Il villaggio mi sta stretto, so che non è lì il mio futuro.

Un giorno, senza dire niente a nessuno, me ne vado.

Non ho nulla di valore con me, solo il nome di un abitante del villaggio che si è trasferito a Pemba.
Arrivato in città vado da lui. Cerco una qualche informazione su come muovermi, senza perdermi, nella città.
Invece lì trovo una casa accogliente e lui, Faustino Rafiqui, per me fu padre e fratello.

Sono due le persone a cui devo quello che sono: mia zia che con i suoi pizzicotti sulle guance mi ha insegnato le regole pratiche del vivere per non perdermi mai e lui, questo padre trovato per caso, che mi ha trasmesso le regole morali che mi guidano nel mondo, nel mio stare con gli altri.

A Pemba si ripresenta il problema della scuola: voglio riprendere gli studi ma devo prima trovare un lavoro per potermeli pagare.

Il teatro, senza il quale non sarei qui ad Alcatraz a raccontarvi la mia storia, lo incontro per caso.
Vengo a sapere che una ditta che produce latrine vuole organizzare degli spettacoli teatrali nei villaggi per pubblicizzare il prodotto.
Mi presento alla compagnia teatrale, vengo preso e dopo questo progetto ce ne sono altri, sempre di teatro educativo.

Il destino mi viene incontro e, come un guitto, mi mostra ciò che ha in serbo per me: il direttore della compagnia teatrale decide di iscrivere tutti noi attori che abbiamo la Quinta superiore, alla scuola di formazione pedagogica.

Decide lui per me il mio futuro ed è così che sono diventato “il professore Chipula” ed è così che mi piace presentarmi agli altri, anche oggi che non insegno più e sono un funzionario del dipartimento Educazione e organizzo spettacoli teatrali.

Nel 2001 finita la scuola mi assegnano una classe a Palma.

A Palma, dopo anni dalla mia fuga, i miei famigliari mi ritrovano. Non ci eravamo più sentiti da quella mia fuga improvvisa, nessuno sapeva nulla dell’altro.

Vi chiederete perché non ho dato mie notizie. Non provavo nostalgia per loro?
Certo che provavo nostalgia, ma alla nostalgia non si può dare troppo ascolto quando si vive in un Paese violentato dalla guerra e dalla povertà. Era pericoloso spostarsi, ci si spostava solo per mare perché solo il mare era sicuro e il mio era invece un villaggio di terra.
Anche dopo gli accordi di Roma le strade erano piene di kalashnikov, la guerra era finita ma la pace era lontana. I bandidos attaccavano all’improvviso, bruciavano gli autobus, uccidevano le persone. Ci si poteva muovere solo con i convogli scortati dall’esercito.

Mi ricordo che un giorno il convoglio con il quale viaggiavo fu attaccato. La paura in me si fece corpo. Iniziai a correre, correre e ancora correre, senza neppure guardare dove andavo.
Mi trovai improvvisamente a terra, con un forte dolore al capo. “Adesso muoio” pensai.
Non morii, non avevo nessuna ferita d’arma, solo un enorme bernoccolo. Ero stato colpito, durante la mia fuga, dal ramo di un albero che non avevo visto.
Quando la violenza è ovunque, anche un albero può farti molto male!

La mia storia, per il momento, finisce qui.

Nella mia vita ho fatto scelte a volte molto coraggiose, ma non ho mai permesso che troppo coraggio mi facesse perdere il filo di una vita equilibrata e mi portasse a fare degli sbagli non correggibili.

E devo continuare così: tutta la mia famiglia dipende da me, dal “più piccolo” di casa.

C’è un momento nella vita in cui ci si accorge che la strada che abbiamo percorso acquista improvvisamente senso. Il senso della mia vita è donare agli altri… E non è necessario essere prete per poterlo fare!

Obrigado
Agostinho

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